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Il Ju-Jitsu in Italia

Il Ju Jitsu, o “Lotta Giapponese” come allora era denominata, fece la sua prima apparizione in Italia nel 1908 nel corso di una manifestazione alla presenza dei Reali d’Italia grazie a due sottufficiali della Regia Marina, il cannoniere Raffaele Piazzolla e il timoniere Luigi Moscardelli, che lo avevano appreso durante il loro servizio in Estremo Oriente. Questa esibizione suscitò grande interesse, ma rimase fine a se stessa, come semplice fatto curioso, orientale. Quello che non riuscì ai due "pionieri" riuscì a un altro sottufficiale, il cannoniere Carlo Oletti (nella foto qui accanto), che frequentò gli stessi corsi dei suoi colleghi rimpatriati: sotto la guida del Maestro Matsuma, campione della Marina militare nipponica, egli praticò il Ju Jitsu, che approfondì nei Ryu di Nagasaki, Miatsu, Hokodate e Tauruga.

In Italia si riparlò di Ju Jitsu nel 1921, quando fu istituita alla farnesina, a Roma, la Scuola Centrale di Educazione Fisica per l’Esercito. Il Colonnello Comandante inserì tra gli Sport anche il Ju Jitsu, chiamando a dirigere i corsi proprio il Sottufficiale Carlo Oletti, che conservò l’incarico sino al 1930. In questi dieci anni si qualificarono 150 ufficiali "esperti" e 1500 sottufficiali “istruttori”.

La "Lotta Giapponese" comparve la prima volta in un circolo sportivo civile nel 1923, presso la palestra Cristoforo Colombo di Roma. Nel 1925 gli esperti cultori di Ju Jitsu, che sino ad allora avevano praticato prasso enti militari e in circoli sportivi civili, si riunirono con quelli di Judo e fondarono la Federazione Italiana Ju Jitsu e Judo, che poco più tardi assunse il nome di Federazione Italiana Lotta Giapponese. Il primo presidente fu Giacinto Pugliese. Dopo la guerra e la forzata interruzione delle attività federali dovuta alle traversie degli avvenimenti politici e bellici dell’epoca, numerosi Dojo di Ju Jitsu erano presenti in tutta Italia sostenuti da molti appassionati di questa disciplina.

Nel 1947 il Judo si staccò della Federazione perchè integrato dal Coni come disciplina sportiva della Fiap (Federazione Italiana Atletica Pesante). Il Ju Jitsu manteneva, invece, i presupposti prettamente legati allo spirito originale della disciplina, la Difesa personale e il Combattimento.

Tra le scuole Italiane si distinse quella del maestro Gino Bianchi, esperto e studioso di Ju Jitsu, che codificò un Programma Tecnico a uso dei praticanti: il cosiddetto "Metodo Bianchi".

Nel corso dei decenni, in Italia, il Ju Jitsu ha subito diverse vicissitudini politico-sportive che lo hanno portato solo nel 1985 a far parte di nuovo di una federazione olimpica: la Filpjk (oggi Fijlkam).

Nel 1998 si sono affiliate in Italia più di 150 società, con un numero di tesserati che, tra il 1996 e il 1997, ha avuto un incremento del 50 per cento sugli anni precedenti. Questo è il risultato del lavoro della Commissione tecnica nazionale Ju Jitsu Fijlkam, che ha riorganizzato e sviluppato Programma Tecnico basato sul menzionato Metodo Bianchi, inserendo lo stile della scuola tradizionale Hontai Yoshin Ryu.

La forte crescita di praticanti deriva anche da un aumento della richiesta di corsi di Difesa Personale: quale risposta tecnica migliore si può offrire a questa necessità? Il programma da svolgere è interessante e colpisce per la sua efficacia pratica: prevede ogni tipo di gesto tecnico e comprende proiezioni, percussioni, leve articolari e tutto quello che serve nel corpo a corpo o nel combattimento a corta distanza. È importante però che i principianti apprendano i punti fondamentali della pratica e dello studio marziale: si devono dunque evidenziare durante l’apprendimento le caratteristiche etiche ed educative della tradizione degli antichi Ryu e infondere uno spirito di reciproca collaborazione tra gli allievi per progredire insieme.